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TESTO CRITICO DI FLAMINIO GUALDONI
Urbino, 2001
Urbino - Casa Natale di Raffaello

E' una sorta di piacere intenso, e per fortuna non segreto, a presiedere la vita d'atelier di Rosanna Forino. Una vita fatta di luci alte, nette, e d'un rapporto di limpida sensuosità con le sostanze coloristiche.
Da sempre, Forino ha scelto per sè, per questi suoi haiku pittorici, il linguaggio della geometria, delle forme prime ﷓ non pure, non ideologicamente stabilizzate: essenziali, piuttosto. Forme che non valgono sagome, bensì la distillazione di gesti formativi. è su questi due punti che può impostarsi una lettura pertinente del suo lavoro, che soprattutto nelle stagioni ultime ha trovato il passo, la souplesse, la pienezza del raggiungimento definitivo. Sono forme prime, perchè non derivano ortopedicamente dal sogno di perfezione plastica che pure molte avanguardie del secolo avevano coltivato. Forino, ha ben notato Dmitrij Sarabianov, scava entro la sensazione naturale: meglio, verrebbe da dire, entro un sentimento del naturale che, in questi anni, è giunto a identificare nell'animo della pittrice lo stream vitale dell'ondeggiare marino, e il mistero meravigliato del variare di sostanza luminosa di mare e cielo, come valore complessivo dell'altro, di ciò che, fuori di noi, ci consente di pensarci.
Dunque non il motif naturale, non la suggestione sensibile iniziale, ma ciò che della visione, e del flusso affettivo innescato dalla visione, si decanta in penser couleur, è lo snodo concettuale, oltre che espressivo, sul quale ella opera.
Attraverso tale approccio, filtrato da meditazioni lunghe, da esperimenti e cicli pittorici condotti, come ha indicato Lalla Romano, con "sicurezza tranquilla, immune da vanità", Forino ha ritrovato, dell'astrazione storica, altre fonti prime. Non la vertigine del simbolo, altrettanto aliena quanto la messinscena delle forme chiuse: certo, l"'astrazione con qualche ricordo" di Klee; e il senso panico, l'erotismo sublimato in andamenti biomorfi struggenti, di Kandinskij; e la luce dentro dei celesti di Matisse, lo scambiarsi fisiologico terso delle sinuosità dell'Onda, delle Oceanie: per un tramite diretto, oltretutto, che è agevole leggere nelle prove passate, l'astrazione sorridente e lieve, tutta musica, niente fuoco, meraviglia ancora, di Luigi Veronesi, padre nobile di questa pittura.
Forino si è scelta una tradizione, una genealogia, beninteso, non per proclamare quarti di nobiltà intellettuale. Si è trattato, semplicemente, di capire quali tra i "maggior sui" indicassero la via di un trascendimento del naturale alieno da metafisiche tanto quanto dalle panie del corporeo; un trascendimento che godesse della medesima astrazione straniata, ma quanto radiante, della musica: d'altronde, scoprire che Forino è melomane feroce è dato ovvio, inevitabile, a questo punto.
Tutto ciò spiega, anche, perchè si possa dire anche, per l'artista, di gesto, d'un corso di nascita e costituzione dell'immagine che passa attraverso l'avvertimento, e il risentimento, degli atti fondamentali della pittura Forino non vive la pittura come processo ordinato di padronanze. A ben vedere, merito suo grande è anche di non aver stabilizzato modi pittorici fissi, in odore di cucina della forma. Se musicale è la sua coscienza del flusso affettivo, tiene dell'improvvisazione musicale - delle segrete regole, delle facoltatività al pari delle necessità - la sequenza degli atti, I'ampiezza determinatissima delle stesure, la capacità automatica ormai di regolare accordatura e intonazione degli accenti primi del colore, delle tessiture di rapporti, delle armoniche emotive.
Non è un caso che Sergio Dangelo, tra gli artisti mente limpida, e auscultatore acuto dell'opera altrui, possa indicare in un bel testo poetico i suoi "precisi intervalli", ma anche i "brillanti / in rosso giallo arancio verde / colori della bandiera del tuo sogno": musicalità su musicalità.
Sono gesti, quelli di Forino, che d'altronde valgono grafia, ovvero il corso temporale perfettamente delucidato del dipanarsi dei segni, dei colpeggi, delle zonature, in cui l'intimità tutta - la sfera non padroneggiabile quanto il raziocinio ﷓ si avverte e si pronuncia. Tale suggestione scritturale, meglio, d'uno scriversi attraverso forme/colore, è amplificata, ma allo stesso tempo precisata, dalla predilezione recente di Forino per quei rotoli dispiegati verticalmente che, evocando l'evidenza alta dello stendardo, parlano la lingua delle calligrafie orientali, dei rotoli in cui pariteticamente l'immagine e la scrittura trovano dimora naturale.
Anche questo è un dato di tradizione, d'una tradizione alla quale Forino s'iscrive non ortopedicamente, ma per riconosciuta consanguineità. Ed è una tradizione che risale a un sentimento del segno - del segnare come atto primario d'identità - capace di risalire al grumo originario dal quale la nostra stessa idea di scrittura e pittura, di machina significativa e di codice, discende.
Per l'artista, codice non ovvio è parificare, omogeneizzando in un unico campo di visione/lettura, i grafemi ciliati, le tracce emotivamente sismografiche, del nero sottile, e le bande ampie, di calibrata effusione delle stesure colorate.
I colori stessi, al pari delle tramature grafiche, risuonano di vibrazioni differenti; si presentano, soprattutto, con differenti caratteri. Ma non si sovrappongono, non collidono, non confliggono nell'aspettativa tridimensionale.
La planarità da pagina - o matissianamente, da tarsia - del supporto è acquisita in modo tanto inderogabile quanto evidentemente necessario. Così come lo svolgersi di quei singoli, autonomi comportamenti, visivi e non solo, che trovano infine unità e omogeneità come maglia stretta e fluente di rapporti, di scambi, di bilanciamenti e di fughe armoniche: non un teatro di emozioni fatte forma, ma un flusso appassionato capace, mentre s'avverte, di scriversi.

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