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TESTO CRITICO DI ALBERTO VECA
Milano, marzo 2006
Mondovì - Antico Palazzo di Città

PAGINE Dl DIARIO
La letteratura critica sulla ricerca di Rosanna Forino ha già individuato echi e assonanze: questa proposta di lettura è, per così dire, a d stanza "ravvicinata" rispetto all'opera, senza implicazioni di collocazione del lavoro quanto nella definizione d alcune qualità costanti che mi sembrano significative.
I titolo adottato, infatti, vuole alludere a una "inclinazione" alla scrittura, appunto alla pagina, che il lavoro dell'artista esprime, più che a una vocazione illusionistici o rappresentativa che 'opera plastica può legittimamente conoscere ma che nel nostro caso sembra essere esclusa, anche se le profondità alluse nella pittura e la superficie altrettanto messa n evidenza possono costituire una sorta di "palcoscenico" teatrale diversamente indagato.
Ma d'altra parte anche a pagina del manoscritto miniato ha una cornice, degli stipiti, per poi entrare nel cuore de la composizione diversamente in questo caso si entra immediatamente nel luogo del racconto, senza preamboli o rassicuranti cornici.
Si può aggiungere ancora come la "scrittura" in discussione abbia radici nel fare immagine, senza contaminazioni con altri possibili statuti espressivi: non a caso diventano nevralgiche le antitesi elementari fra superficie piana, anche un limitato aggetto, e l'illusione della terza dimensione, fra trasparenza e opacità infine: il tutto operato senza alcun riferimento a grammatiche del percepire che non siano quelle della fantasia ma non dell'incidente fortuito, del caso.
All'opposto la ricerca di un equilibrio fra frammenti eterogenei è uno dei punti nevralgici del discorso, ottenuto credo per un costante ricorso all'esercizio di "prova e errore", fino a quando cioè le parti entrano fra loro in una relazione armoniosa, alla ricerca di una sintonia in cui il "diverso" trova un suo adeguato, provvisorio, punto di stazione.
In gioco è allora un repertorio d pittura costituito da tracce selezionate in un ampio ventaglio di possibilità, quasi un dizionario che contempla tanto la campitura capace di definire una figura completa quanto una linea, di dimensioni variabili, che, invece, serve come soglia per definire campi eterogenei, dalla grande dimensione alla ridotta fino alla minima.
è allora possibile tanto percorrere a superficie, a segnalare un disegno realizzato sulla "pelle" quanto un viaggio nella profondità, quasi uno svelare l'opacità del vuoto per giungere ne luoghi nevralgici della figura.
Rispetto a esiti di stagione precedenti, in cui vi era la prevalenza di una figura ad andamento orizzontale, una stesura di getto, rispetto a altri segnali diversamente disposti nel campo a equilibrare a composizione, il lavoro recente, pur non rinunciando alla varietà delle figure, prevede una maggiore relazione formale che paradossalmente, ne esalta le differenze.
Vi sono stati anni in cui la corrispondenza fra pittura e linguaggio inseguiva equivalenze suggestive, teoricamente non sostenibili ma appunto analogie e contaminazioni fortunate: a quella congiuntura critica e espressiva sono personalmente legato, anche se alla rigida circoscrizione di ieri si è negli anni aggiunta una apertura a altre esperienze, sperando che sia arricchimento e non confusione; in questa prospettiva la ricognizione del lavoro di Forino costituisce un contributo innovativo.
Risulta protagonista una sorta di esercizio calligrafico, per rafforzare la metafora iniziale, sempre più stringente una volta che si rifletta sul lavoro, soprattutto quello recente in cui alla precedente predilezione per una gestualità misurata, lo scorrere fluido della pennellata, non disegnata, si è sostituita la soluzione di un più esatto, regolare perimetro delle forme.
Si tratta della "riduzione" a forme geometriche di figure altrimenti formalmente indefinite: della precedente provvisorietà hanno mantenuto, almeno nella prevalenza, una disposizione instabile nel campo, dove domina, diversificato, l'andamento diagonale rispetto all'ortodosso sistema orizzontale/verticale.
Ne emerge una "precarietà" della scena, evidentemente allusa, la registrazione di un momento, appunto un "episodio" in evoluzione possibile perchè variabili sono le grandezze, la cromia, la stessa fisionomia della "calligrafia" adottata.
Si può partire da una lettura complessiva in cui emerge quel desiderio di mettere in relazione le parti già citato, e non importa se il percorso travalica la singola "pagina", snodandosi in campi adiacenti perchè iI rimando fra episodio e episodio è continuo, senza privilegio accordato a alcun "centro" rispetto a una periferia, al margine; ma si può indagare anche attraverso l'osservazione ravvicinata di un particolare, alle soglie di una decifrazione del foglio costruita su frammenti sempre più ridotti. Ma le figure presenti, difformi per esiti plastici, appartengono al medesimo linguaggio, ne sono una diversa declinazione, a testimoniare l'ampiezza e la varietà delle soluzioni e delle combinazioni possibili.

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