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TESTO CRITICO DI ALBERTO VECA
Milano, febbraio 2008
Milano - Galleria Vinciana

Della figura e del linguaggio

In questa manifestazione milanese Rosanna Forino presenta lavori già esposti nella mostra antologica tenutasi all' "Antico Palazzo di Città" di Mondovì nel 2006 e un consistente gruppo di opere di più recente realizzazione: un arco cronologico ristretto che conferma certamente la fisionomia del linguaggio dell'artista ma apre anche possibili sviluppi ulteriori.

Il consiglio per una lettura, comunque, è quello di partire dalla piccola "quadreria" impaginata per l'occasione perchè nell'accostamento di esiti diversi nell'uniformità delle dimensioni e della "confezione" si possono cogliere alcuni aspetti del fare dell'artista, soprattutto la costanza del suo repertorio segnico e la varietà che le diverse composizioni determinano.

In un precedente intervento, in occasione della citata antologica, avevo sottolineato l'aspetto scritturale del dipingere, parlando appunto delle sue opere come di "pagine di diario" e confermerei la metafora con la successione di tracce diverse, tese a comporre una frase plasticamente coerente adottando un campionario di segni finito almeno dal punto di vista tipologico, appunto un repertorio le cui varianti dipendono dall'occasione, dall'occorrenza sulla medesima superficie, dal disegno complessivo che determina pesi e misure per le singole parti in competizione.

Oggi mi sembra legittimo aggiungere una ulteriore analogia, una affinità con la frase musicale, nell'accostamento di "note" difformi ma capaci di realizzare una "frase" armonica nella diversità dei singoli elementi, in sintonia con l'architettura dell'universo ha affermato l'estetica che nell'arte ha visto la
materializzazione del sogno rispetto alla noia della realtà.

La consonanza di grafie/voci diverse, la loro coesistenza fino a formare un risultato omogeneo credo siano il senso che Forino attribuisca alla sua pittura: può essere pericoloso interpretare l'obbiettivo di un agire espressivo ma l'effetto dell'opera su chi la legge appartiene alla categoria dello "stile" o della misura più che al "grido", per adottare una antitesi fortunatamente ancora oggi valida nel mondo dell'arte perchè svincolata da scelte stilistiche e formali.

Forino concepisce il singolo esito di pittura come un campo dove coesistono diverse soglie di fattura e conseguentemente leggibilità dell'immagine ﷓ dal tratto lineare cromaticamente netto singolo alla sua seriazione in una trama o un intreccio di grande evidenza, alla stesura di una forma altrettanto coprente di ridotte dimensioni, al pigmento diluito di forme di più ampia superficie che segnala e accoglie velature, a ridotte zone monocrome a rilievo.

In fondo è pertinente parlare di un elementare sillabario di come la figura possa occupare il campo, passando dalla pennellata continua, stesa con un gesto senza controllo se non quello determinato dall'esperienza, all'uso contemporaneamente di una figura disegnata nella sua fisionomia architettonica.

Allora è possibile far coesistere il linguaggio immediato della traccia di pigmento lasciata sulla superficie e quello più meditato che scava all'interno della figura, anche a partire dal suo profilo: segni diversi che corrispondono a tempi diversi con cui l'opera risulta finita: un gioco di pesi è di riequilibri della composizione perchè l'effetto finale possa essere equilibrato: in termini diversi riemerge quel principio di armonia precedentemente segnalato.

Sono in antagonismo, sia pure concordi nel mettere insieme un'immagine risultante, il tratto del disegno, netto e definito e il tratto disteso della pennellata: in questo caso si vuole sottolineare la registrazione di un tempo della realizzazione, con tutta l'emozione che il percorrere la superficie con un colore determina; in quello l'attenzione è concentrata su quanto viene delineato, una precisione calligrafica rispetto all'immediatezza del gesto.

Una felice consonanza di opposti del linguaggio figurativo che in effetti sono antitetici in un ristretto mondo del fare immagine attenta al valore "linguistico" degli elementi che costituiscono l'immagine.

L'allusione a una figuratività è costante nel lavoro dell'artista, una meditazione sul "paesaggio", inteso come esplorazione delle coordinate spaziali in cui l'uomo determina la propria posizione rispetto allo spazio e al tempo, alla propria storia: questo mi sembra l'elemento determinante i recenti "cicli" di lavoro: l'allusione alla profondità nella serie "Oceanie" in cui era prevalente una lettura "alto/basso"; l'illusione di architettura, di scena teatrale nel ciclo "Blu oltremare".

La produzione più recente dell'artista ruota intorno a una figura archetipica, quella dell'albero, il cui valore assiale, di connessione tra terra e cielo, fra radici e chioma, che è stata riconosciuta come comune in ogni cultura. Adeguare il proprio fare pittura a tale soggetto è segnale di una riuscita sintesi fra una architettura figuralmente difforme per elementi ma organicamente funzionale: in sintesi un modo per riconoscere l'affinità e quindi la legittimità del proprio fare.

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